giovedì 16 aprile 2020

IL MESE DELL'ARIETE

Il Mese dell'Ariete

LA PRIMA FATICA:





“LA CATTURA DELLE 

GIUMENTE ANTROPOFAGHE”

Ariete  –  21 Marzo –  20 Aprile

AFORISMA

Conosco lo stupore dell’inizio.
La freschezza dell’alba, mia compagna, che risveglia i figli della Terra.Per strade inesplorate spingo il mio piede.Ho il coraggio dell’intrepido viandante che tutto tenta alla ricerca del nuovo.Non mi interessa arrivare ma solo aprire nuove vie ai figli di Dio.
Sono il primo, tutto il resto è relativo.

MOTTO DELL’ARIETE

“Avanzo e dal piano della mente governo”.
In questo motto c’è tutta la storia del Segno dell’Ariete: l’energia con cui si muove e il tema della mente.
E’ prima di tutto il segno del principio e la sua qualità è l’iniziativa, in questo muoversi porta avanti la creazione di qualche cosa.
Nel processo del creare volontà e potere si uniscono e danno vita alla forma.
Questo atto creativo deve essere preceduto da un pensiero che formula un’idea e raccoglie tutti gli elementi per dar vita a quell’idea. Si può affermare che senza un pensiero preciso che sostenga il progetto, qualunque progetto, le forze si disperdono e non avviene la manifestazione concreta, l’idea si disperde e va perduta.
Il significato del potere del pensiero e dei suoi effetti è sintetizzato in queste parole “Semina un pensiero e raccoglierai un’azione. Semina un’azione e raccoglierai un’abitudine. Semina un’abitudine e raccoglierai un carattere. Semina un carattere e raccoglierai un destino”.
Tutto parte dal pensiero, ogni cosa che esiste qualcuno l’ha prima pensata.
L’essere umano nato in Ariete dovrebbe prima pensare e poi agire e non viceversa, come è portato a fare, dovrebbe cioè governare tutta la sua vita con la mente.
L’unica speranza che l’uomo ha di gestire al meglio la sua vita è usare la Ragione nel suo significato più alto e questa è esattamente la prova dei nati in questo segno.

IL MITO

“Il Mito è un pensiero segreto dell’Anima”  (Iside Svelata)
Ercole doveva compiere la sua prima fatica, quindi si trovava davanti alla Prima Porta. Il Maestro gli disse: “Passa per la Prima Porta ed entra nella Via. Compi la tua prima prova,  poi torna a riferire ciò che avrai fatto.”
Ercole, correndo, si precipitò oltre la Prima Porta. Si sentiva traboccante di fiducia e pieno di sicurezza nei propri poteri.
Il mito racconta che oltre la Porta si estendeva un grande territorio governato da Diomede, figlio di Marte.  Su questo territorio Diomede allevava cavalli e giumente da guerra.  Questi animali erano talmente selvaggi e feroci che tutti gli abitanti della zona tremavano al solo sentirne parlare.
Cavalli e giumente scorazzavano su quelle terre distruggendo e devastando tutto ciò che esisteva e uccidendo tutti gli uomini che si imbattevano nel loro passaggio. In più, le giumente erano molto fertili e generavano in continuazione cavalli sempre più feroci e sempre più malvagi.
Ercole sentì risuonare dentro di sé un comando: “Cattura queste giumente e poni fine a tutto il male che fanno. Salva questa terra e tutti coloro che la abitano”.
Ercole aveva un amico che amava molto e che lo seguiva in tutti i suoi pellegrinaggi, “Abderis”. Lo chiamò e gli chiese di venire ad aiutarlo in questa prima fatica. Abderis arrivò immediatamente. Insieme fecero un piano e iniziarono il lavoro.
Seguirono i cavalli che scorazzavano nei prati e nelle paludi, e infine sospinsero le giumente selvagge in un angolo del campo che era privo di vie d’uscita, e lì poterono catturarle e impastoiarle.
Ercole era talmente felice che si mise ad urlare di gioia. La felicità e l’autoammirazione per la propria prodezza lo indussero a pensare che lui era troppo bravo per mettersi a sospingere le giumente sulla Via verso Diomede. Così chiamò il suo amico Abderis e gli disse di condurre i cavalli attraverso la Porta, mentre lui se ne andava orgoglioso per un’altra strada.
Abderis però era debole e la responsabilità di questo compito lo spaventò. A un certo punto non riuscì più a tenere a bada le giumente. Esse gli si rivoltarono contro, lo dilaniarono e lo calpestarono uccidendolo, poi fuggirono di nuovo nelle terre selvagge di Diomede.
A quella vista Ercole scoraggiato e affranto dal dolore, mentre l’amico giaceva morente tornò a cercare le giumente nella palude. Di nuovo le catturò e stavolta le sospinse lui stesso attraverso la Porta. Ma ormai Abderis era morto.
Al suo ritorno il Maestro lo squadrò con attenzione, poi mandò i cavalli in un luogo di pace perché venissero addomesticati.
Gli abitanti di quelle terre lo accolsero e lo acclamarono Ercole come un Salvatore  poiché li aveva liberati dalla paura.  Ma Abderis era morto.
Il Maestro gli disse: “Hai terminato la prima fatica e hai superato la prima prova ma l’hai superata male. Impara la sua vera lezione e preparati a rendere un altro servizio  ai tuoi simili”.

IL SEGNO  –  INSEGNAMENTI

L’Ariete è il primo segno dello Zodiaco, è il segno del principio. E’ un segno di fuoco e la sua qualità è l’iniziativa, l’inizio. E’ il segno della creazione dove la Volontà e il Potere si esprimono attraverso i grandi processi creativi. Nei primi stadi del processo, le attività sono dirette verso il lato materiale della vita, poi man mano si dirigeranno verso il lato spirituale.
Il motto esoterico dell’Ariete secondo la forma è: “Si ricerchi la forma”; secondo l’Anima è: “Avanzo e dal piano della mente governo.”
In questo segno ha inizio il sentiero sul quale viene scelta la forma. All’inizio e per lungo tempo la forma domina, ma contemporaneamente inizia la VIA dello sviluppo interiore e del progressivo dominio dell’Anima.
Ercole parte per la prima fatica sotto la spinta emotiva dell’entusiasmo, poi con l’orgoglio e la mancanza di prudenza commette il suo primo errore che causerà la morte dell’amico Abderis.
Ma è grazie all’errore e al dolore  provato che Ercole comincia a reagire agli  impulsi del  pensiero e ad avere qualche piccolo intuito su ciò che significa il “controllo della mente”.
Le caratteristiche di questo stadio evolutivo sono principalmente la riorganizzazione, il riorientamento e la ripolarizzazione della forza vitale creatrice.
Per lunghissimo tempo abbiamo usato la forza vitale divina per i nostri fini egoistici e per la soddisfazione dei nostri  desideri materiali. Con l’esperienza e a poco a poco, la vita della forma perde la sua attrazione e dopo molti giri intorno allo Zodiaco, ci ritroviamo di nuovo in Ariete ma focalizzati diversamente, con nuovi interessi e una nuova visione della realtà.
Abbiamo imparato qualcosa sulla dualità e cominciamo a rispondere agli impulsi dell’Anima: cominciamo ad uscire dal nostro io individualistico e a  intuire che il mondo dell’Anima è il GRUPPO e la VIA per raggiungerlo è il SERVIZIO  ALTRUISTICO DI GRUPPO.
L’Ariete governa la testa, è un potente segno mentale, è il segno del pensatore. Ogni principio ha origine sul piano mentale e nella mente del creatore, che sia Dio stesso o l’Anima dell’uomo. L’aspirante spirituale comincia le sue fatiche quando diventa un vero pensatore, e in piena consapevolezza, comincia ad agire quale arbitro del proprio destino.
Le giumente da riproduzione simboleggiano la tendenza della mente a creare forme-pensiero che incarnano le idee concepite. Quando le idee emanano dalla mente inferiore e separativa, diventano le giumente dell’egoismo, della critica e del pettegolezzo e generano cavalli da guerra  che devastano e uccidono.
Una delle prime lezioni che dobbiamo apprendere come aspiranti spirituali è il tremendo potere del pensiero e della mente: dobbiamo imparare a governare i nostri pensieri e le nostre parole  in ogni istante della nostra giornata. Dobbiamo imparare ad accogliere solo i pensieri che provengono dall’Anima.
Quando Ercole diventa consapevole del danno arrecato dalle giumente selvagge e si precipita a catturarle,  sopravvaluta se stesso e non comprende la loro potenza e la loro forza, così le affida ad Abderis, il simbolo del sé inferiore. Era invece necessario che Ercole, l’Anima, e Abderis, la personalità, sorvegliassero insieme i cavalli devastatori simbolo della potenza del pensiero e delle idee, affinché la personalità, lasciata priva della saggia guida dell’anima, non tornasse ad esserne sopraffatta.
Il significato  del potere del pensiero e dei suoi effetti è ben sintetizzato in queste parole del saggio:  “SEMINA UN PENSIERO E RACCOGLIERAI UN’AZIONE – SEMINA UN’AZIONE E RACCOGLIERAI UN’ABITUDINE – SEMINA UN’ABITUDINE E RACCOGLIERAI UN CARATTERE – SEMINA UN CARATTERE E RACCOGLIERAI UN DESTINO.

venerdì 28 febbraio 2020

IL MESE DELL'ACQUARIO

Il Mese dell'Acquario

Il Mese dell’Acquario

L’UNDICESIMA FATICA

“IL RIPULIMENTO DELLE STALLE D’AUGIA”

Acquario –  21 Gennaio – 19 Febbraio

Aforisma

Sono fiero della mia indipendenza e mi avvolgo nel manto della libertà.
Ignoro lo spazio perché mi sono liberato delle sue leggi.
Scelgo in autonomia le strade per aiutare i miei fratelli.
Non accetto perciò alcun legame che intralci il mio andare.
Cerco la freschezza del nuovo, lo vedo e me ne faccio tramite per gli assetati.
Nel servizio ritrovo la legge che è quella dell’Uno.

MOTTO DELL’ACQUARIO

“Sono acqua di vita versata agli assetati”.
L’Acquario è il segno del Servizio.
Tradizionalmente esso si divide in piccolo e grande servizio. Non è una questione di più o meno importante ma dell’obiettivo cui è rivolto.
La “sete” degli esseri umani è grande a tutti i livelli.
Partendo dal piano fisico è la sete del corpo che chiede acqua per sopravvivere; ovviamente per acqua si intende la soddisfazione dei bisogni primari: mangiare, bere, curarsi eccetera.
Ecco che molti sono impegnati a dare da mangiare agli affamati in un servizio alla persona molto importante.
Ma si deve andare oltre e rendersi conto che la sete è anche di cose spirituali, molti che si avvicinano all’Insegnamento sono assetati di Conoscenza e di Spirito.
L’acqua allora non è più quella fisica, ma è un’acqua simbolica che disseta sul livello dell’Anima.
A questo proposito viene alla mente quel brano del Vangelo di Giovanni in cui Gesù si avvicina ad una donna che sta prendendo acqua da un pozzo e le chiede da bere “Dammi un po’ d’acqua da bere”.
Nasce un dialogo tra loro in cui ad un certo punto Gesù parla di “acqua viva”, un’acqua che estingue la sete per sempre, poiché è “sorgente per l’eternità” (Gv.4,1-42).
L’acqua cui allude il motto del segno dell’Acquario è proprio questa: una sostanza spirituale che soddisfa pienamente quel bisogno interiore dell’uomo che lo porta alla ricerca di Conoscenza e di “cose spirituali”.
Il Servizio più grande che noi possiamo rendere al nostro prossimo è quello di lavorare in modo disinteressato perché il Piano Divino si attui pienamente sulla Terra e tutti gli uomini siano redenti, cioè salvati.

IL MITO

Il Maestro chiamò Ercole e gli disse: “A lungo hai inseguito la luce, che da incerta e tremolante si è fatta sempre più viva fino a diventare, per te, come un sole radioso. Ora, nell’11^ fatica, devi voltare le spalle a questa luce risplendente, devi cercare coloro per i quali la luce è ancora soltanto un debole lumicino instabile e devi aiutarli ad ingrandirla.
Cerca il reame di Augìa: questo regno deve essere ripulito da un male molto antico.”
Ercole partì, e quando giunse nei pressi del regno di Augìa fu assalito da un insopportabile fetore che quasi lo annientò.
Venne a sapere che da 30 anni queste stalle non venivano ripulite dagli escrementi del bestiame che vi dimorava. I pascoli erano talmente ricoperti di letame puzzolente che nessun cereale vi poteva crescere. Come conseguenza una micidiale pestilenza incombeva sul paese mietendo molte vite umane.
Ercole andò al palazzo in cerca del Re Augìa, il quale però era già stato informato che Ercole voleva ripulire le stalle del suo reame.
Incredulo e pieno di sospetti, il re così apostrofò Ercole: “io non credo in chi dice di voler fare dei lavori senza una ricompensa. Sicuramente tu  nascondi qualche trucco per togliermi il trono. Tuttavia, per non essere giudicato un re pazzo, ti propongo un patto. Se tu riuscirai “in un solo giorno” a ripulire tutte le mie stalle, ti darò un decimo delle mie mandrie. Ma se fallirai la prova, la tua vita sarà nelle mie mani.”
Ercole si congedò dal re, girovagò fra le stalle e fu colpito dalle file di carri pieni di cadaveri vittime della pestilenza.
Non sapeva che fare, e allora si fermò a meditare.
Improvvisamente “notò” i due fiumi, l’Alfeo e il Peneo, che da secoli scorrevano nella zona. L’intuito gli suggerì di deviare il corso dei due fiumi e di far riversare le loro acque nelle stalle di Augìa.
Si mise al lavoro con grande volontà, e dopo molti sforzi i due fiumi impetuosi, convogliati nelle stalle, le ripulirono in un solo giorno di tutta la sporcizia.
Soddisfatto Ercole ritornò dal re, il quale però gli gridò infuriato: “Sei un imbroglione, certamente avrai usato un trucco. Non solo non ti darò un decimo dei miei armenti, ma se non sparirai immediatamente dal mio regno, ti taglierò la testa.”
Ercole allora tornò dall’istruttore, il quale gli disse: “Sei diventato un Servitore del Mondo. Hai dato la tua luce affinché la luce dei tuoi fratelli potesse risplendere. Il gioiello dell’11^ fatica sarà tuo per sempre.”

IL SEGNO – INSEGNAMENTI

Il segno dell’Acquario è raffigurato da un uomo che porta sulla testa un vaso capovolto. Dal vaso capovolto fluiscono due rivoli d’acqua (i 2 fiumi di Ercole)  i quali raffigurano i 2 fiumi della VITA  e DELL’AMORE.  Queste due parole: VITA e AMORE sono le due parole chiave che incarnano la tecnica dell’era dell’Acquario.
Il motto esoterico dell’Acquario è: “Io sono acqua di vita versata agli assetati.”
La qualità dell’Acquario è la VOLONTA’ DI SERVIRE: prima il sé inferiore, poi il Sé superiore.
E’ il servizio mondiale attraverso la trasmutazione della coscienza da “individuale” a “coscienza di gruppo.”
Riflettiamo su ciò che fa Ercole.
Innanzitutto usa il “BUON SENSO”, caratteristica di ogni vero iniziato. Considera il problema e si mette a studiarlo poi “MEDITA” per contattare l’intuito.
Non tenta neppure di mettersi a ripulire come altri prima di lui hanno fatto, fallendo.
Per prima cosa “abbatte le barriere”: abbatte il muro che circonda le stalle, pratica due aperture in senso opposto e vi incanala le acqua dei due fiumi, i quali ripuliscono tutto in un attimo senza più alcun sforzo da parte di Ercole.
Qual è l’insegnamento per noi?
Quando avremo fatto tutto il possibile per abbattere le barriere della separatività con gli altri esseri eliminando la critica, le rigidità, il sospetto e il giudizio, lasceremo entrare nella nostra vita i due fiumi dell’acqua di vita e dell’amore. Cominceremo ad esprimere nei nostri rapporti la “vita” e “l’amore” non più come personalità ma con la saggezza dell’anima.
Dobbiamo costruire una COSCIENZA INCLUSIVA. Noi non siamo ancora capaci di avere una coscienza inclusiva e tantomeno mondiale perché siamo ancora creature emotive e incostanti, non ancora illuminate, che stanno imparando a lottare contro la separatività attraverso conquiste e fallimenti.
Impareremo incominciando ad entrare in modo comprensivo nella coscienza dei membri della nostra famiglia e di chi ci sta immediatamente intorno. Cercheremo di  impegnarci a far emergere il meglio da tutti gli esseri che incontriamo con la consapevolezza che se non emerge il meglio è in noi e non in loro che dobbiamo cercare l’errore. Cercheremo di aiutare i nostri fratelli ma senza influenzarli, rispettando la loro libertà e i loro tempi, comprendendo che la chiave dei nostri rapporti è dentro di noi e se non siamo capiti forse è perché non siamo abbastanza chiari.
Impareremo a diventare inclusivi su larga scala partendo innanzitutto dai nostri pensieri e identificandoci gradualmente con tutti i gruppi, tutte le nazioni, tutte le religioni, fino ad arrivare alla coscienza del pianeta.
L’Acquario ci insegna che ogni pioniere che si sforza di esprimere ideali nuovi deve accettare il “NON-RICONOSCIMENTO”. Poiché è necessario aprire la via affinché in futuro odio e separatività scompaiano definitivamente dal pianeta, anche noi dobbiamo imparare a portare i valori dell’Acquario nella nostra esperienza quotidiana SENZA ASPETTARCI NESSUNA RICOMPENSA, anzi, consapevoli che possiamo essere rifiutati e derisi o scacciati, come è successo a Ercole.
Il “SERVIZIO ALTRUISTICO” dell’Acquario non è più qualcosa che facciamo perché è utile o raccomandato ma è il  servizio che scaturisce da una coscienza non  più accentrata in noi stessi ma nell’universale. E’ un servizio  compiuto senza alcun sforzo, nell’assoluta naturalezza. E’ farsi carico dei problemi dei nostri fratelli perché abbiamo compreso che “gli altri sono noi stessi”.
Nell’era dell’Acquario il servizio non è più  individuale ma è servizio di GRUPPO, responsabilità di GRUPPO.
E’ la capacità del GRUPPO di autogestirsi senza dipendere da “qualcuno che dirige” come succedeva nell’era dei Pesci, con tutto il bisogno di riconoscimento e di ambizioni che ciò comportava.
E’ “UNIONE” automatica che deriva dall’interazione intuitiva e spirituale tra le menti e le anime.
E’ “AUTOSACRIFICIO”  con lo scopo santificare prima il proprio “Sé” e infine il “Sé” del Gruppo.
E’ capacità di “MATERIALIZZARE”  sul piano fisico e nella vita concreta di ogni giorno  gli ideali di giustizia, di rettitudine e di amore altruistico che troppo spesso, nell’era dei Pesci, nascevano e morivano sul piano delle idee senza tradursi  in esperienza di vita.

giovedì 21 novembre 2019

IL MESE DELLO SCORPIONE

L’OTTAVA FATICA


“LA DISTRUZIONE DELL’IDRA DI LERNA”


Scorpione  –  23 Ottobre – 22 Novembre

AFORISMA


Conosco la polvere della battaglia e il clamore delle armi.
Ogni giorno mi cimento nella lotta, soffrendo e sanguinando per ogni singola prova.
Perdo, vinco, mai mi arrendo.
Non mi basta vincere una battaglia, anelo alla vittoria finale. Cerco il trionfo.
Io sono l’alchimista che muta lo sterco in oro.
Le scorie di me stesso le trasformo in fermento di vita.
Mille volte muoio e altrettante rinasco vittorioso e trionfante.

MOTTO DELLO SCORPIONE


“Sono il guerriero e dalla battaglia esco trionfante”.

Tutta l’Umanità è alle prese con la prova dello Scorpione.

Perché? Per il semplice fatto che tutti noi dobbiamo affrontare ogni giorno temi come il sesso, la ricerca del benessere materiale, il denaro e la finanza, la paura, l’odio, il desiderio di potere, l’orgoglio, l’illusione di essere separati dagli altri, la crudeltà.

Queste sono esattamente le prove che oggi come esseri umani ci troviamo a dover affrontare, il mondo ne è pieno e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Per affrontare e vincere questi aspetti della natura umana inferiore dobbiamo diventare dei guerrieri, che lottano impavidi contro le tendenze della parte istintuale ed emotiva della nostra natura.

Il male si sconfigge partendo da noi stessi perché le radici sono dentro di noi e non possiamo illuderci che esistano scorciatoie per la vittoria su queste tendenze.

Ovviamente in questo caso si tratta di una lotta interiore, ma per questo non dobbiamo sottovalutarla, perché millenni di desiderio ci hanno condotti al punto in cui siamo.

Scorpione ci invita a combattere e ci mostra come fare: uccidere l’idra, cioè il piccolo sé, con coraggio, la cui radice è cor – cordis, cuore, e difatti di un eroe si dice che ha “un cuor di leone”, con umiltà poiché l’eroe sa che “in basso non ci sono soluzioni, in Alto non ci sono problemi”, e quindi si inginocchia davanti al Sé Superiore e alla Sua Luce salvifica.

La prova dello Scorpione ci assicura che se sradichiamo le radici del male con coraggio e umiltà possiamo vincere e uscire dalla battaglia vittoriosi.

IL MITO


Il Maestro chiamò Ercole e gli disse:

“Dovrai oltrepassare l’ottava Porta, ma prima dovrai liberare la palude di Lerna da una  mostruosa Idra a 9 teste che da molto tempo sta seminando intorno a sé desolazione, fetore e morte.
Sappi che nell’antica Argo, a seguito di una grande siccità, la ninfa  Amimone, con l’aiuto di Nettuno, fece sgorgare dalla roccia tre ruscelli limpidissimi, ma subito arrivò in quei luoghi  una mostruosa Idra che  stabilì la sua dimora nella  malsana palude di Lerna creando il panico in tutta la campagna circostante.
La ripugnante Idra ha 9 teste, di cui una è immortale.
Preparati a combattere il mostro, ma tieni presente che i mezzi comuni non ti serviranno. Appena distruggerai una delle 9  teste, subito al suo posto ne appariranno altre due.
Un solo consiglio posso darti: -NOI CI ELEVIAMO INGINOCCHIANDOCI, CONQUISTIAMO ARRENDENDOCI, GUADAGNAMO DONANDO-
Ora va e combatti l’Idra. “

Ercole partì fiducioso ma quando fu nei pressi della palude di Lerna fu assalito da un fetore così orrendo da esserne quasi sopraffatto. Le sabbie mobili rischiavano di inghiottirlo ad ogni passo.
Finalmente scovò la tana dell’Idra, un antro completamente buio, ma la bestia non si lasciava  vedere. Ercole allora immerse alcune frecce nella pece bollente e cominciò a scagliarle nell’apertura della caverna.
L’Idra inferocita si slanciò contro Ercole il quale, con un colpo potente, le staccò di netto una delle teste.  La testa rotolò nel pantano ma al suo posto ne apparvero immediatamente altre due. Ercole  allora attaccò il mostro con rinnovato vigore, ma ad ogni suo assalto esso diveniva sempre più forte.
Mentre stava per scoraggiarsi, si ricordò all’improvviso del consiglio del Maestro: “NOI CI ELEVIAMO INGINOCCHIANDOCI, CONQUISTIAMO ARRENDENDOCI, GUADAGNAMO DONANDO”.
Subito Ercole gettò lontano la clava, si inginocchiò, afferrò l’Idra con le mani nude e la sollevò in alto. L’Idra, sospesa nell’aria, cominciò a perdere forza e man mano che l’aria e la luce la purificavano, perdeva potere e si afflosciava, fin che smise del tutto di dimenarsi e cadde avvizzita. Ercole allora si accorse della testa immortale, la staccò e la seppellì sotto una roccia. Poi tornò dal Maestro, il quale gli disse: “la vittoria è completa. La luce dell’ottava Porta si è fusa con la tua”.

IL SEGNO – INSEGNAMENTI


Lo Scorpione è il segno del conflitto e della prova, il punto di svolta sia nell’individuo sia nell’umanità che prelude alla morte della personalità per il trionfo dell’anima.
Il suo motto esoterico è: “Sono il guerriero e dalla battaglia emergo trionfante”. Il suo reggitore sia esoterico che essoterico è Marte, il pianeta della lotta.
Che cosa ci insegna il mito?
Ercole deve cercare l’Idra dalle 9 teste in un pantano putrido e fetido.  Per combatterla e vincerla deve innanzitutto trovarla e snidarla, e la trova in  una caverna melmosa e completamente buia.
Questo avvenimento è la rappresentazione della nostra mente concreta e non illuminata  che ha stabilito la sua dimora nelle profondità sotterranee ed oscure del subcosciente. Non è facile scoprirne l’esistenza e passa molto tempo prima che ci accorgiamo che stiamo nutrendo una così feroce e pericolosa creatura.
L’Idra rappresenta la potenza dei desideri della nostra natura più bassa e tutti i nostri impulsi egoistici: ogni qualvolta riusciamo ad estirpare uno di  questi desideri o di questi impulsi, altri ne prendono subito il posto.

Ercole fa essenzialmente tre cose: usa il DISCERNIMENTO e la DISCRIMINAZIONE necessari per riconoscere l’esistenza dell’Idra, cioè  dei nostri istinti più bassi; usa la PAZIENZA per  cercare e scoprire la sua tana; usa L’UMILTA’ per portare in superficie i frammenti melmosi del subcosciente e per esporli alla luce della saggezza.
Fin che Ercole combatte l’Idra nelle sabbie mobili e nel fango, cioè nel suo stesso regno, è incapace di vincerla ed è lei ad avere il sopravvento.
Cosa significa questo?
Significa che per avere risposta a molti nostri problemi e conflitti e per poter riconoscere, vincere e superare gli istinti della nostra natura più bassa, dobbiamo innanzitutto cambiare la nostra focalizzazione e la nostra prospettiva. Il riconoscimento e il superamento degli stessi non potrà avvenire nel fango dell’inconscio e della mente concreta dove sono annidati, ma in una dimensione superiore, nel punto più alto del nostro pensiero intuitivo, nella luce della saggezza e quindi dell’anima.
Una delle teste dell’Idra è immortale: questo ci dice che ogni difficoltà, ogni negatività, ogni basso desiderio, per quanto ci possano apparire gravi, contengono un gioiello di grande valore che vale la pena scoprire.
La testa immortale viene sepolta sotto una roccia. Possiamo ricavarne il concetto che l’energia che ha creato il problema continua a rimanere viva, ma deve essere purificata e riorientata sotto la roccia della VOLONTA’. In questo modo l’energia che prima ci imprigionava  diventerà una fonte generatrice di potere.

Le 9 teste dell’Idra rappresentano i  principali problemi che ci assillano quando ci impegnamo a raggiungere l’autodominio e a diventare “ anima”.
Le prime tre teste simboleggiano i desideri associati al sesso, al benessere e al denaro.
Le tre teste centrali  simboleggiano la paura, l’odio e il desiderio di potere. Le ultime tre simboleggiano l’orgoglio, la separatività e la crudeltà.
A tutt’oggi l’uomo non ha ancora trovato una soluzione equilibrata a queste passioni.
Il sesso viene  spesso o inibito o esercitato incondizionatamente anziché essere visto come un’energia da trasmutare in sforzo creativo per trovare nuovi equilibri di vita e nuove potenzialità di espressione.
Anche la tentazione del benessere, del facile denaro e del potere, insieme a odio, paura, crudeltà, orgoglio, sono distorsioni che Ercole ci insegna a trasmutare mediante un processo di purificazione elevando il nostro pensiero fino  alla luce dell’anima per attuarne i propositi.

Dobbiamo perdere di vista la personalità e cominciare a funzionare come ANIME. Non potremo superare la prova dello Scorpione fin che non avremo purificato e coordinato i tre ruscelli, cioè la natura fisica, la natura emotiva e la mente,  facendole funzionare come un’UNITÀ AL SERVIZIO DELL’ANIMA.
In Scorpione dobbiamo dimostrare, non a qualcun altro ma a noi stessi, di aver superato la grande illusione della materia e della forma. La materia e la forma non potranno più aver presa su di noi perché abbiamo compreso che sono semplicemente un canale per la manifestazione divina.

Lo Scorpione è uno dei  segni zodiacali che conosce la morte: è la morte della personalità affinché l’anima possa dominarla ed esprimere la vita divina attraverso di essa.
E’ anche un segno di magìa, che non significa fare cose strane e insolite ma semplicemente esprimere l’anima attraverso l’uso della personalità in ogni pensiero e in ogni gesto della nostra esperienza quotidiana.

mercoledì 11 settembre 2019

Il Mese del Leone

LA QUINTA FATICA “L’UCCISIONE DEL LEONE DI NEMEA”

Leone  –  22 Luglio – 21 Agosto

AFORISMA

Io non mi cerco perchè già mi sono trovato.
Di trionfo in trionfo procedo regale dispensando favori a chi mi ama.
Io vivo nel tempo che segue la vittoria e di questa esulto.
Magnanimo, accetto la lode poichè sono il Re, non ho eguali.
Solo nel silenzio della mia coscienza mi inchino al Creatore.
Consapevole che è più Potente di me, Gli rendo l’omaggio dovutogli.

IL MITO

Il Maestro disse a Ercole:  “Il popolo di Nemea è oppresso da una grande calamità. Un terribile leone si aggira furtivo in quelle terre e con impressionanti ruggiti ghermisce tutti coloro che incontra sul suo cammino. Il popolo trema per la paura e vive barricato in casa senza più il coraggio di recarsi al lavoro o coltivare la terra.
Vai, Ercole, uccidi il leone e libera quel popolo che spera in te.”
Ercole ubbidì immediatamente, ma prima di varcare la quinta Porta spogliò la pesante armatura di cui era vestito e leggero e fiducioso, munito soltanto della sua fedele clava, iniziò la ricerca del leone.
Lo cercò in lungo e in largo mentre  il popolo di Nemea, pieno di terrore, restava nascosto dietro le porte chiuse.
Molti lo guardavano perplessi e delusi nel vederlo cercare il leone con il solo aiuto di una clava e lo mettevano in guardia contro la ferocia della belva, che sembrava essere ora qui ora là senza mai lasciarsi intravedere.
Ad un tratto Ercole avvistò il leone nel bosco. Il suo ruggito faceva scuotere gli alberi. Ercole gli lanciò tutte le frecce del suo arco ma senza riuscire a colpirlo. Alla fine gettò l’arco a terra e si lanciò verso il leone, il quale si fermò sbalordito da tanta prodezza. Ercole continuava ad avanzare e il leone, che continuava a indietreggiare, improvvisamente si voltò e scomparve nella macchia.
Ercole continuò a cercarlo per giorni e giorni sia nel bosco che sulla  montagna senza alcun risultato, finchè un giorno udì un selvaggio ruggito uscire da una caverna.
“Ucciderò il leone”, promise al popolo di Nemea che lo guardava pieno di speranza.
Depose la clava ed entrò nella caverna, la percorse fino in fondo e scoprì che la caverna aveva un’altra apertura. Ogni volta che Ercole entrava da un’apertura il leone usciva dall’altra e il compito sembrava irrisolvibile.
Dopo aver riflettuto, Ercole bloccò una  delle due aperture con alcune cataste di legna, entrò nella seconda apertura e la chiuse dall’interno, poi affrontò il leone afferrandolo alla gola e lo tenne stretto fin che cadde morto.
Il popolo di Nemea esultò dalla gioia.
Ercole scuoiò il leone poi tornò dal Maestro e stese la pelle ai suoi piedi.
Il Maestro lo accolse dicendogli: “Hai superato la quinta prova, ma ricordati che i leoni e i serpenti dovranno essere affrontati e annientati non una sola volta ma più e più volte. Ora puoi riposare”

IL SEGNO  –  INSEGNAMENTI

Il Leone è un segno di fuoco, la sua qualità è la sensibilità che porta alla consapevolezza dell’individualità.
Il motto esoterico è: “Io sono Quello e Quello sono io”.
Il Leone è il segno dell’io, della personalità, o individualità, completamente sviluppata e diventata potente.
Facendo un rapido esame delle quattro precedenti fatiche, possiamo riassumere il cammino finora percorso in questa breve sintesi:
In Ariete Ercole impara il tremendo potere del pensiero e della mente, impara a governarli e quindi ad entrare in rapporto col mondo delle idee.
In Toro impara a conoscere la natura del desiderio e a trasmutarlo in aspirazione spirituale, impara  a dominare il sesso e a usarlo nel modo giusto.
In Gemelli impara a conoscere la dualità e il senso degli opposti, e attraverso il servizio amorevole impara a  riunire il sé inferiore col Sé superiore.
In Cancro impara a trasmutare l’istinto in intelletto e l’intelletto in intuito e comprende che tutti i poteri inferiori pienamente sviluppati devono essere trasformati nelle loro corrispondenze superiori.
In Leone, la quinta fatica, Ercole diventa la “stella a cinque punte” simbolo dell’umanità individualizzata e dell’essere umano che, avendo conosciuto se stesso come individuo, diventa consapevole di essere il Sé.
In Leone cominciamo a renderci conto che abbiamo una meta spirituale, che ci siamo incarnati per nostra volontà e in piena consapevolezza allo scopo di spiritualizzare la materia ed elevarla al cielo attraverso la fatica e l’impegno del nostro lavoro quotidiano. E’ un lavoro magico che compiamo momento per momento con la nostra vita attraverso la qualità dei nostri pensieri e delle nostre  azioni  quotidiane.
Cominciamo a comprendere che lo spirito, il Padre, e la materia, la Madre, si incontrano nell’individuo e che la loro fusione produce l’unità cosciente chiamata anima, o Sé.
Il leone di Nemea rappresenta la personalità coordinata e dominante che, proprio perché potente, può diventare una forza aggressiva e devastatrice negli ambienti dove si esprime. A questo punto, l’individualità che abbiamo faticosamente costruito e che fino a questo momento è stata la nostra forza, deve essere distrutta per cedere il posto all’altruismo, che significa subordinare il Sé al grande tutto.
Perché Ercole affronta il leone in una caverna  e a mani nude?
La scienza dello spirito ci insegna che tutti gli avvenimenti più importanti si compiono in una grotta o sulla cima di una montagna, nel silenzio e nella solitudine, e che soltanto dopo aver fatto l’esperienza della caverna diventa possibile la salita alla montagna della trasfigurazione.
La lotta per vincere la personalità si compie nelle caverne della mente inferiore, ma la mente superiore non può vincere prima che l’aspirante abbia abbandonato la clava, simbolo  della vita personale egoistica, ed abbia bloccato l’apertura della caverna, simbolo delle emozioni personali.
La quinta fatica ci insegna che soltanto dopo aver costruito una forte e potente personalità possiamo combattere per sottometterla all’anima. Ma non potremo iniziare il lavoro e conseguire la vittoria se non avremo superato tutti i nostri egoismi e non avremo imparato a dominare le nostre emozioni personali trasformandole in aspirazioni e  trasferendo la focalizzazione delle nostre energie dal plesso solare alla mente, prima la mente concreta, poi  la mente superiore o intuito dell’anima.

venerdì 12 luglio 2019

L'AQUILA E IL SERPENTE


Da sempre l'aquila viene associata al serpente che contribuisce al suo significato, formando una coppia di opposti complementari, dove l'aquila simboleggia la luce, il cielo e le forze supreme, mentre il serpente è l'oscurità, la terra e le forze ctonie.

Questa favola di Esopo può far riflettere sulla simbologia dei due animali:
"Un'aquila e un serpente si combattevano a vicenda in un conflitto mortale. Il serpente in vantaggio stava per strangolare l'uccello. Un aratro srotola il serpente e lascia andare l'aquila. Il serpente irritato inietta il suo veleno nel corno dove tiene la bevanda il contadino.Il contadino ignorando il pericolo si appresta a bere ma in proprio quell'istante l'aquila cade sulla sua mano e afferra il corno con i suoi artigli versandolo e salvando la vita al contadino."

 La morale è che essere grati oltre che un dovere è un grande atto di nobiltà. 

C'è un'altra leggenda che mi ha fatto molto riflettere per il significato che sia l'aquila che il serpente portano con loro da sempre, la trasformazione, anche in ambito esoterico e alchemico:
"La leggenda della rinascita dell'aquila e del cambiamento".

Nella leggenda si narra che l'aquila sia un uccello particolarmente longevo, e che possa vivere addirittura fino a 70 anni e che tuttavia, per poter raggiungere quell'obiettivo l'aquila sia costretta ad affrontare una sfida difficile.

 Nei primi 40 anni d'età il becco dell'aquila, crescendo, ha continuato ad incurvarsi sempre di più fino a rendere difficile nutrirsi delle prede. I suoi artigli sono diventati troppo lunghi e troppo flessibili, anche qui rendendo difficile procurarsi nuovo cibo. 

Le sue penne sono diventate vecchie e pesanti, e hanno iniziato ad aderire troppo al petto rendendo più difficile il volo. Così, intorno ai 40 anni, si dice che l'aquila sia messa di fronte a 2 scelte. La prima è morire di fame a causa delle nuove condizioni che la rendono ormai inadatta a procurarsi il cibo in un ambiente competitivo. La seconda è affrontare un lungo e doloroso processo di cambiamento.

 Dunque l'aquila fa la sua scelta.
 Per prima cosa inizia a cercare un posto isolato su una montagna, un posto dove si ritirerà per ben 150 giorni. E una volta là, inizia il suo processo di rinascita. Inizia a colpire con forza il becco contro la dura roccia, incurante del dolore, fino a che, colpo dopo colpo, riesce a staccarlo definitivamente. Poi attende con pazienza che il becco ricresca più solido e più forte di prima.

 Proprio grazie al nuovo becco inizia a staccare i vecchi artigli dalle zampe, uno ad uno, e di nuovo attende con pazienza che gli ricrescano anch'essi più forti di prima. Infine proprio grazie al nuovo becco e ai nuovi artigli inizia a strappare via le vecchie piume dal petto e attende nuovamente che ricrescano quelle nuove.

 A questo punto l'aquila dopo 150 giorni di lavoro di rinnovamento, e di grande coraggio e grande sofferenza è finalmente pronta a tornare a volare, questa volta rinata e nuova di zecca! 

Con questa trasformazione potrà raggiungere il traguardo dei 70 anni di età. Questa leggenda ci può far meglio comprendere l'importanza del cambiamento che potrebbe essere necessario per proseguire. Naturalmente la consapevolezza ci aiuta a capire quando questo momento è arrivato. 

Un'altro punto che si può intuire è che cambiare spesso è doloroso e può volerci molto coraggio e molto tempo per farlo. Vuol dire uscire dalla nostra zona di comfort e rinunciare a vecchie abitudini per apprendere nuovi metodi e correre anche dei rischi. Tutto ciò ci permette di raggiungere nuovi obiettivi. 

Anche il serpente è un animale che ha più significati esoterici. Infatti il serpente con movenze sinuose emerge dalle profondità terrestri, sorgendo dagli oscuri anfratti nascosti e protetti.

Depositario di un immenso potere primordiale, custode di energia pulsante, evoca la spirale, la linea e il cerchio e per questo rappresenta il ciclo di vita-morte-rinascita, il perpetuo ritorno, la rigenerazione, il rinnovamento. Simbolo del visibile e dell'invisibile, ama nascondersi nel tepore del profondo ventre della Madre Terra, luogo primigenio in cui tutti i segreti sono conservati con cura, e le antiche energie terrestri scorrono e si concentrano.

Il serpente è figlio di queste energie e simbolo antichissimo, legato ai movimenti del sottosuolo, ai moti nascosti che danno origine al mutamento interno, al potere della trasformazione che può essere lenta o improvvisa, profonda e cullante come lo scorrere di un fiume o tremenda e dirompente come un terremoto.

 Il suo letargo stagionale e, soprattutto la sua muta, rappresentano il perenne ciclo della Grande Madre, che mostra a coloro che la vogliono ascoltare come la vita si trasformi lentamente in morte, e la morte in nuova vita; ma il serpente simbolizza particolarmente il passaggio che unisce la morte alla rigenerazione, il sonno al risveglio, ovvero il cambio di pelle.

 Per questo nel serpente vi è il potere della guarigione profonda, intesa sia come annullamento e liberazione da ogni stato oscuro e da ogni malattia spirituale, sia, sul piano materiale, come eliminazione dei mali fisici. Il suo veleno, infatti, anticamente era unito a particolari erbe medicinali e usato, in piccolissime dosi sapientemente preparate, per curare.

 Il serpente, nascosto nell'oscurità, rappresenta particolarmente l'aspetto della luna nera e il suo potere di trasformazione, il mutamento che avviene nel passaggio dalla fine di un ciclo all'inizio di quello successivo, illuminato da  una nuova luce. 

Se lo si guarda mentre si morde la coda, come nell'immagine dell'Ouroboros mitologico, si scorgerà proprio il simbolo dell'eterno ciclo senza inizio né fine.

 Il serpente che si morde la coda è la dialettica materiale della vita e della morte, la morte che esce dalla vita e la vita che esce dalla morte, non come i contrari della logica platonica, ma come una inversione senza fine della materia di morte o della materia di vita.

Come custode del potere terrestre, il serpente percepisce ogni movimento del suolo e del sottosuolo, prima ancora che i suoi effetti si verifichino e si mostrino sulla superficie della Terra e agli occhi degli uomini.

Per questo motivo è considerato l'animale della Profezia ed era proprio la Profezia ciò di cui si occupavano le antiche sacerdotesse che venivano chiamate Pythie(serpi), o drakaine, e che erano particolarmente affini all'aspetto della primitiva Dea Serpente, raffigurata nei reperti archeologici con testa di serpente, arti serpentini o simboli di spire (emanatrici di forza rigenerativa), spirali e linee ondulate, a imitare il movimento del rettile e i segni che questo lascia sulla sabbia al suo passaggio.

Come abbiamo potuto constatare sia l'aquila che il serpente come d'altronde tutti gli animali presenti in natura hanno simboli esoterici che possono aiutarci a capire profondamente noi stessi e la nostra vita. Come tutti i segni e simboli è necessario leggere tra le righe e interpretare o come amo dire, indossare il proprio significato.

lunedì 13 maggio 2019

Il Serpente Piumato 2




Nella mitologia azteca, Quetzalcoatl è una figura divina di importanza fondamentale: il suo nome, che può essere tradotto come Serpente Piumato, indica anche visivamente il concetto di unione fra cielo e terra, fra spirito e materia, fra umano e divino. Unica divinità del pantheon pre-ispanico a non richiedere sacrifici umani, era ricordato dagli indigeni per aver donato agli uomini il calendario e la coltivazione del mais.
Una delle leggende sulla sua nascita, racconta di come la dea Coatlicue, personificazione della natura madre e dell'elemento femminile, abbia concepito verginalmente il dio, grazie ad un frammento di giada  che l'avrebbe ingravidata. Il mito di Quetzalcoatl, peraltro, si confonde fino a sovrapporsi con quello di un personaggio semi-storico che porta lo stesso nome: il 10° re dei Toltechi, Ce Acatl Quetzalcoatl, che sarebbe vissuto verso il X secolo della nostra era (Ce Acatl, ossia ''1 canna'' era l'anno di nascita del re, secondo il calendario preispanico). 
L'antico sovrano era ricordato dagli Aztechi come il protagonista di una vera e propria età dell'oro: mecenate delle arti, benefattore del suo popolo, riformatore religioso (avrebbe abolito i sacrifici umani, sostituendoli con offerte di tortillas di mais), curiosamente descritto in alcune tradizioni come ''chiaro di pelle'', Ce Acatl sarebbe caduto in disgrazia a causa della casta sacerdotale conservatrice (rappresentata nel mito dal dio infero Tezcatlipoca, Specchio Fumante), che lo avrebbe costretto ad abbandonare il trono. Accusato di aver sedotto una sacerdotessa, Quetzalcoatl sarebbe fuggito e, secondo alcune versioni della leggenda, si sarebbe imbarcato sulle sponde del Golfo del Messico vicino all'attuale Veracruz, promettendo però di tornare proprio nell'anno Ce Acatl corrispondente a quello della sua nascita. Ora, essendo il calendario azteco costituito da cicli di 52 anni, l'anno Ce Acatl finiva per ricadere ad ogni inizio ciclo: così, ad esempio, la fatidica data poteva cadere nell'anno 1414, nel 1467, ma...anche nel 1519!
Proprio in quest'ultima data, su quella stessa costa del Golfo da cui il mitico re sarebbe partito, giunsero gli Spagnoli di Cortez: strani esseri dalla ''pelle chiara'' come il re-dio, portatori di una fede nuova, che gli Aztechi non poterono non scambiare, almeno inizialmente, per il loro sovrano ritornato dall'oceano orientale. D'altronde, furono gli stessi messicani, incerti sull'identità dei nuovi arrivati da loro chiamati teules, a riempire di doni preziosi e a condurre i futuri dominatori fin dentro la loro capitale, la favolosa Tenochtitlan. 
La coincidenza tra questa profezia e la data dell'arrivo di Cortez, d'altro canto, colpì profondamente non solo gli Aztechi, ma gli stessi conquistatori spagnoli, che la interpretarono da subito come un ''segno provvidenziale''. Questa è però solo una delle enigmatiche coincidenze di questa ''storia nascosta'' eppure reale che stiamo raccontando.
 Gli Aztechi non ci misero molto a capire che i nuovi arrivati non erano divinità venute a riportare l'età dell'oro: la Conquista, in effetti, fu contraddistinta da episodi di ferocia e di cinica brutalità, a cui fece seguito un periodo ancor più drammatico, in cui l'universo indigeno entrò in una crisi terribile, non solo a causa delle violenze dei nuovi padroni o delle malattie importate dall'Europa, ma soprattutto a causa del crollo di un'intera visione del mondo. Un intero popolo, infatti, aveva perso, con la sconfitta, anche il senso della sua esistenza in questo mondo, senza aver avuto tempo e il modo di acquisire i modelli culturali dei dominatori; e le conseguenze, come testimoniano i documenti dell'epoca, furono drammatiche oltre l'immaginabile. 
Le stesse conversioni al Cristianesimo, nei primi anni, furono pochissime, nonostante la presenza in Messico di uomini di grandissima carità e di nobile apertura mentale come il frate francescano Toribio de Benavente: uno dei primi europei a rivolgersi con inedito rispetto a ciò che c'era di valido nella cultura dei popoli indios; proponendo, tra l'altro,una (forse) ingenua ma significativa identificazione tra Ce Acatl Questzalcoatl, il ''re dalla pelle chiara'' nemico dei sacrifici umani, e la figura dell'apostolo missionario San Tommaso. Gli sforzi umani di missionari, tuttavia, non ebbero inizialmente grande successo, e per anni la fede di Cristo rimase essenzialmente la ''religione dei vincitori'', che poca attrazione esercitava sulle masse disperate dei figli, degli sconfitti. Tutto questo fino all'anno 1531, quando ancora una volta la nostra storia si sposa col mistero. Protagonista dell'evento che porterà all'entusiastica adesione degli sconfitti alla fede cristiana fu un uomo di origine indigena- uno dei pochi convertiti- di nome Cuauhatlatoa (Aquila Parlante), battezzato con il nome di Juan (Giovanni) Diego per analogia tra il suo nome azteco e il simbolo dell'evangelista Giovanni, che è appunto un'aquila. Fu a quest'uomo che aveva ricevuto in nome quello del Discepolo Prediletto- lo stesso a cui Gesù, dalla croce, aveva affidato la madre Maria- a cui fu donata la grazia straordinaria di essere strumento di un evento unico, di una vera e propria teofania, che avrebbe cambiato per sempre la storia di un intero emisfero. Il giorno del solstizio d'inverno del 1531, infatti, toccò a Juan Diego passare per la collina di Tepeyac- vicino Città del Messico- ed assistere all'apparizione di una ''Signora'' dolcissima che si presenterà contemporaneamente come la Vergine Maria e la Inninantzin huelneli (Madre dell'Antico Dio) o come anche riportano le tradizioni più antiche, ''Madre misericordiosa tua e di tutti coloro che abitano questa terra''. 
Per volere della divina Signora, Juan Diego comunicò al vescovo Juan de Zumàrraga l'apparizione ma, al momento di aprire davanti all'ecclesiastico il suo rozzo mantello di fibra d'agave, apparve una figura di straordinaria bellezza rappresentante la Signora dell'apparizione. Questa figura, conosciuta come la Madonna di Guadalupe, è ancora oggi una delle reliquie più affascinanti ed inspiegabili della cristianità, seconda solo alla Sindone per importanza e per gli studi scientifici a cui è stata sottoposta. Quest'immagine, infatti, continua ancor oggi a sbalordire fedeli, scienziati e semplici curiosi per la sua straordinaria conservazione (si tratta di un fragile telo di agave rimasto intatto dopo aver attraversato 500 anni, un attentato dinamitardo e un incidente causato da caduta di acido nitrico; l'assenza di pigmenti rilevabili e, soprattutto, la presenza inspiegabile di un gruppo di figure (il Vescovo Zumàrraga e i suoi uomini) nella pupilla della Signora (immagini rilevate solo in tempi recenti con l'ausilio di microscopi e computer).
Se grande è lo sbalordimento che il manto di Guadalupe sa ancor oggi trasmettere agli studiosi come ai semplici fedeli, ben più grande, tuttavia, fu la vera ''rivoluzione'' che questo miracoloso segno suscitò nell'animo morente del popolo indio. Altri messaggi, infatti, altri ''segni'' erano contenuti in quel povero tessuto d'agave: segni che nessun microscopio può aiutare a decifrare- e che anche gli Spagnoli dell'epoca ignorarono- ma che si impressero a fuoco nell'anima dei figli degli sconfitti, trasformando il loro destino. Sono segni, questi, che appartengono all'altra storia nascosta e sotterranea che stiamo seguendo, ma che parlano un linguaggio fin troppo chiaro per chi, come gli Indios, era abituato a vivere in un universo di simboli. Innanzitutto il luogo dell'evento. La collina del Tepeyac, infatti, era sacra da tempo immemorabile alla dea Coatlicue, la madre terra generosa ma terribile che per i popoli del Mesoamerica rappresentava il femminino sacro in tutte le sue forme; la stessa dea da cui era nato verginalmente il dio Quetzalcoatl. Lo stesso nome ''Madonna di Guadalupe'', che indicava un'immagine molto venerata nella Spagna medievale, fu forse scelto proprio per la sua assonanza con il nome indicante l'antica Madre Divina azteca. E' sul mantello stesso, tuttavia, che il linguaggio simbolico assume un significato senza pari, precluso come abbiamo detto agli occupanti spagnoli, ma ben comprensibile da una civiltà geroglifica come quella degli Aztechi: un ''linguaggio dei segni'' come quello che andiamo via via scoprendo dietro tutta questa vicenda. 
Sul manto dell Signora, infatti, compare una complessa mappa di stelle che, secondo i più recenti studi, rappresenta proprio l'aspetto del cielo visibile dal Tepeyac durante il Solstizio d'inverno del 1531: ivi appare la costellazione della Vergine in primo piano proprio all'altezza delle mani della Vergine. Ma il concetto più alto e contemporaneamente più chiaro è espresso da un piccolo geroglifico, il Nahui Ollin, posto all'altezza del ventre: si tratta di un piccolo fiore a quattro petali, che nell'antica scrittura pittografica designava il Centro del Mondo o la Divinità più antica: il significato che un indio poteva dunque percepire era, inequivocabile, quello di una Madre che sta per partorire la Divinità.
Il mantello di Guadalupe è dunque un perfetto esempio di profonda inculturazione spirituale, la foce di un lungo percorso sotterraneo che, leggendo i simboli, sembrerebbe attraversare come un fiume carsico il cuore di una cultura pur così diversa dalla nostra. Un'inculturazione no umana, ma, se si crede all'evento del Tepeyac, direttamente divina, in un'epoca storica in cui era molto di là da venire la dichiarazione  Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, e troppo lontane nel passato le riflessioni patristiche sui '' semi del Verbo''.
Una storia nascosta eppure reale forse, quale ultimo ''segno'', anche il nome ''Guadalupe'' sembra voler suggellare: un nome di antica origine araba, come molti nella topografia della penisola iberica, ma dal significato molto evocativo...Fiume Nascosto.

Fonte: https://www.libertaepersona.org/

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